
Ritmo tra il sospeso e l'onirico con il quale l’autore dipana la tragica vicenda dei giovani amanti Dario e Patrizia, interpretati rispettivamente da
Manuel D’Amario e
Martina Ursini, costretti a misurarsi con l’incombere di un passato pronto a riaffiorare con tutta la sua devastante furia lirica alla superficie di quella realtà dove mito e storia si fondono nella truce verità nascosta sul fondo di un fiume. E’ infatti il
Sangro, fiume situato nella provincia di Chieti, in Abruzzo, che dà il nome all’omonima valle dove Fantini ha girato molti dei suoi video, con il suo ancestrale ecosistema violato dall’avanzare inesorabile delle industrie, ad assurgere a vero protagonista del film facendosi depositario della memoria di quella
Seconda Guerra Mondiale che lo vide scenario di alcuni dei più sanguinosi scontri tra i Nazisti e Forze Alleate avvenuti sulla penisola. Sono proprio i ricordi sommersi degli eventi luttuosi consumatisi tra il 1943 e il 1944 lungo quel fiume che all’epoca coincideva con la
Linea Gustav, ad essere risospinti nel presente attraverso una misteriosa malattia del sangue che permette a chi ne è contagiato di tramutarsi fisicamente nei ricordi dei defunti attraverso il contatto con i loro resti biologici. Liberamente ispirato ad un suo racconto fantasy dall’omonimo titolo scritto nel 2000, con
“Le Cornici della pioggia” Alessandro Fantini offre allo spettatore l’occasione di accostarsi ad una realtà storica da un’angolazione forse più limpida e rivelatrice di tanti documentari, nella sua visionaria ambizione di riscattare l’identità di un luogo da quell’oblio dei sentimenti che, probabilmente, è la più endemica delle malattie che affliggono l’uomo contemporaneo.
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